Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach
Una persona rimanda la candidatura che desidera, interrompe una relazione quando diventa stabile, rinuncia a esporsi appena intravede una possibilità concreta. Poi chiama tutto questo mancanza di volontà. Ma chiedersi cosa alimenta l’autosabotaggio richiede un cambio di prospettiva più rigoroso: non si tratta di un difetto morale, né di una parte di sé che vuole semplicemente stare male. È un automatismo che protegge una struttura identitaria già organizzata.
L’autosabotaggio non nasce contro l’individuo. Nasce dentro un sistema mentale che, avendo associato certe condizioni a pericolo, perdita di appartenenza o instabilità, cerca di mantenere prevedibile ciò che conosce. Anche quando ciò che conosce è limitante.
Cosa alimenta l’autosabotaggio: il bisogno di coerenza
La mente non persegue automaticamente il benessere, il successo o la libertà. Persegue prima di tutto la coerenza con la propria organizzazione interna. Se una persona si è costruita attraverso esperienze in cui essere visibile equivaleva a essere criticata, ottenere risultati può attivare più allarme che soddisfazione. Se l’amore è stato percepito come incerto, invasivo o condizionato, la vicinanza può diventare un fattore di tensione anziché una risorsa.
Da qui nasce un equivoco diffuso: si osserva il comportamento finale e lo si giudica irrazionale. Si dice: “vuole cambiare, eppure fa il contrario”. In realtà, due direzioni differenti stanno operando nello stesso momento. Una parte progettuale desidera un esito nuovo; una parte automatica preserva l’equilibrio costruito nel tempo. Non è contraddizione morale. È conflitto tra funzioni.
L’autosabotaggio, quindi, è spesso un’operazione conservativa. Bloccare un progetto, scegliere persone indisponibili, non concludere un percorso, arrivare tardi a un’occasione: ogni comportamento può avere il valore implicito di evitare una trasformazione identitaria che la mente non ha ancora classificato come sostenibile.
Le matrici emotive non sono ricordi: sono istruzioni
Nel framework P.O.M.M., la mente può essere osservata come una meccanica adattiva. Le esperienze emotivamente rilevanti non restano archiviate soltanto come episodi da raccontare: diventano istruzioni operative. Definiscono cosa aspettarsi dai legami, dal giudizio altrui, dall’autorità, dal denaro, dalla riuscita e perfino dalla serenità.
Una matrice emotiva non dice necessariamente: “non merito”. Più spesso produce algoritmi molto concreti: non chiedere, non disturbare, non eccellere troppo, non fidarti quando le cose vanno bene, anticipa l’abbandono, resta indispensabile. L’individuo può non formulare mai queste regole a parole, eppure organizzare le sue decisioni intorno ad esse.
Questo spiega perché la sola consapevolezza razionale raramente basta. Sapere che si sta ripetendo una dinamica non equivale a disattivarla. Un automatismo non smette di funzionare perché viene riconosciuto una volta. Deve essere osservato nella sua sequenza: quale situazione lo attiva, quale interpretazione produce, quale emozione mobilita, quale azione impone e quale vantaggio conservativo garantisce.
Il vantaggio che non si vuole vedere
Parlare di vantaggio dell’autosabotaggio può irritare, perché sembra attribuire una scelta deliberata a chi soffre. Non è questo il punto. Il vantaggio non è piacere: è riduzione del rischio percepito.
Chi non invia una candidatura evita il possibile rifiuto, ma può evitare anche il peso di essere valutato, di crescere oltre il ruolo familiare abituale o di perdere l’alibi dell’occasione mancata. Chi interrompe un rapporto promettente evita la vulnerabilità, ma talvolta evita anche il confronto con un’immagine di sé che non sa abitare: una persona scelta, vista, amata senza dover rincorrere.
Il blocco diventa così funzionale. Produce un costo reale, ma mantiene intatta una configurazione nota. Finché questo costo appare meno minaccioso del cambiamento, l’autosabotaggio continuerà a presentarsi come soluzione automatica.
Identità e fedeltà invisibili
Una delle fonti più potenti dell’autosabotaggio è la fedeltà a un’identità formata nel contesto di origine. Non una fedeltà romantica o consapevole, ma una forma di appartenenza silenziosa. In molte strutture familiari, cambiare posizione può essere percepito come un tradimento: riuscire più degli altri, stare meglio, costruire confini, sottrarsi a un ruolo assegnato.
La persona adulta può voler vivere in modo diverso, ma conservare internamente una definizione antica di chi è autorizzata a essere. Se per anni ha occupato il posto di quella fragile, problematica, responsabile o invisibile, un movimento verso l’autonomia può generare disorientamento. Non perché l’autonomia sia sbagliata, ma perché non è ancora compatibile con la sua immagine interna.
L’autosabotaggio interviene allora per ricollocare la persona nel territorio conosciuto. Una scelta sbagliata, una rinuncia o una crisi ricreano un’identità familiare già leggibile. La mente preferisce spesso una sofferenza prevedibile a una libertà che non possiede ancora coordinate.
Perfezionismo: il sabotaggio socialmente premiato
Non tutto l’autosabotaggio appare come passività. A volte indossa abiti apprezzati: precisione, preparazione, standard elevati, continua revisione. Il perfezionismo è una delle sue forme più efficaci proprio perché viene facilmente scambiato per serietà.
La differenza è osservabile nel risultato. La precisione serve a concludere e a migliorare; il perfezionismo difensivo serve a non esporsi mai davvero. Il progetto non è pronto, il momento non è quello giusto, manca ancora una competenza, occorre verificare un’ultima cosa. L’azione resta in sospensione, protetta dal mito della preparazione.
Dietro questa configurazione può agire l’idea che un errore non sia un dato da correggere, ma una prova di inadeguatezza. In quel caso, non fare diventa più sicuro che fare in modo imperfetto. Il prezzo è alto: la persona conserva un’immagine potenziale di sé, ma non raccoglie dati reali sulla propria capacità di agire.
Interrompere la sequenza, non combattere se stessi
Contrastare l’autosabotaggio con frasi motivazionali o con ulteriore pressione produce spesso l’effetto opposto. Se il blocco svolge una funzione protettiva, trattarlo come un nemico conferma alla mente che deve difendersi ancora di più. Occorre invece spostare l’osservazione dalla colpa alla struttura.
Una domanda più utile non è “perché mi faccio questo?”, ma “cosa sto cercando di evitare quando faccio questo?”. La risposta non va cercata in una spiegazione elegante o in un unico evento del passato. Va verificata nelle ricorrenze. In quali situazioni il blocco compare? Davanti a quale tipo di persona? Quando una possibilità richiede visibilità, scelta, separazione, continuità o responsabilità?
È utile distinguere il desiderio dichiarato dalla soglia emotiva effettivamente tollerata. Molti desiderano una relazione stabile, un lavoro più esposto o una vita più autonoma; pochi hanno analizzato cosa, in quelle condizioni, attiva la loro struttura difensiva. Senza questa distinzione si continua a confondere l’obiettivo con la disponibilità interna a sostenerlo.
Il cambiamento funzionale non consiste nel forzarsi a essere diversi da domani. Consiste nel costruire prove ripetute che una condizione nuova non equivale al pericolo antico. Azioni piccole, verificabili e non teatrali permettono di aggiornare il sistema: inviare una proposta senza revisionarla all’infinito, esprimere un limite senza giustificarlo per dieci minuti, restare presenti in una conversazione invece di ritirarsi appena emerge tensione.
Per chi vive a Verona, Vicenza, Mantova, Brescia o nelle province vicine, questo lavoro di osservazione può essere affrontato anche in incontri in presenza presso lo studio di Verona. Da Milano, Roma, Torino, Bologna, Firenze e dalle altre città è possibile lavorare da remoto attraverso WhatsApp, Zoom o Skype, senza trasformare la distanza in un ostacolo organizzativo.
L’autosabotaggio perde forza quando smette di essere letto come una condanna personale e viene riconosciuto per ciò che è: una vecchia soluzione che continua a operare oltre il contesto che l’ha prodotta. Non serve odiarla. Serve comprenderne la logica, perché solo ciò che diventa leggibile può smettere di governare le scelte al posto nostro.

Lascia un commento