Esempi di identità vittimistica nella vita adulta

Esempi di identità vittimistica nella vita adulta

Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach

Una persona può ripetere per anni: «A me capitano sempre le stesse cose». Può dirlo dopo una relazione conflittuale, una delusione lavorativa, un litigio familiare o una scelta che non ha prodotto l’esito desiderato. Gli esempi di identità vittimistica iniziano spesso qui: non dal fatto doloroso in sé, ma dalla trasformazione di quel fatto in una definizione stabile di sé.

Subire un danno, una prevaricazione o un contesto sfavorevole è una realtà concreta. L’identità vittimistica è altro: è una struttura di interpretazione che organizza percezione, memoria, reazioni e decisioni attorno alla posizione di chi riceve sempre l’azione altrui. Non descrive soltanto ciò che è accaduto. Stabilisce ciò che la persona ritiene di poter essere nel futuro.

Nel framework P.O.M.M., la mente non viene letta come un tribunale morale, ma come un sistema funzionale. Se una posizione identitaria persiste, non è perché l’individuo desideri consapevolmente soffrire o perché gli manchi carattere. Persiste perché, in una certa fase della sua costruzione, quella posizione ha prodotto protezione, appartenenza, prevedibilità o riduzione del rischio emotivo.

Esempi di identità vittimistica riconoscibili

Il primo esempio è la delega della direzione personale. La persona attribuisce sistematicamente la propria immobilità agli altri: al partner che non capisce, ai genitori che hanno condizionato tutto, al capo che non valorizza, al contesto che non offre possibilità. Questi fattori possono avere un peso reale, e negarlo sarebbe superficiale. Il punto è osservare se diventano l’unica spiegazione ammessa, quella che rende invisibile ogni margine di scelta.

Un secondo esempio riguarda il linguaggio dell’eccezione negativa. «Per gli altri è facile», «nessuno deve fare la fatica che faccio io», «quando provo a cambiare qualcosa succede sempre un imprevisto». Non si tratta di semplice pessimismo. È una selezione automatica dei dati: la mente registra con precisione le conferme della propria svantaggiata posizione e tratta come irrilevanti le situazioni in cui ha avuto influenza, capacità o alternative.

C’è poi la vittimizzazione relazionale. Una persona può entrare ripetutamente in legami nei quali si sente non vista, poco considerata o costretta a dare più di quanto riceva. La lettura più rapida conclude che incontra soltanto persone sbagliate. Una lettura strutturale pone un’altra domanda: quale matrice emotiva rende familiare proprio quel tipo di rapporto? Perché il sistema riconosce come credibile, e talvolta persino come affettivamente coerente, una relazione basata sulla rincorsa e sulla rinuncia?

Un quarto esempio è il bisogno di un colpevole permanente. Ogni difficoltà viene ordinata attorno a una figura responsabile: un genitore, un ex partner, un collega, una famiglia, una generazione. Individuare responsabilità è necessario quando esistono fatti da nominare. Ma l’identità vittimistica usa il responsabile come perno fisso: finché l’altro occupa tutto lo spazio causale, la persona resta esclusa dalla propria capacità progettuale.

Infine, esiste una forma più raffinata, spesso scambiata per lucidità: l’autoanalisi infinita. Qui la persona conosce ogni ferita, ricostruisce ogni dinamica, sa raccontare con grande precisione ciò che le è mancato. Tuttavia non modifica la propria posizione operativa. La comprensione diventa un archivio del passato, non una leva per interrompere un automatismo. Sapere perché si è diventati così non coincide con sapere cosa il sistema continua a produrre oggi.

Da dove nasce questa posizione identitaria

L’identità vittimistica raramente nasce da un singolo episodio. Più spesso è il risultato di una trasmissione: linguaggi familiari, modelli relazionali, gerarchie emotive, ruoli assegnati e strategie di adattamento apprese molto presto. In alcuni ambienti, essere fragili garantisce attenzione. In altri, essere sacrificati garantisce appartenenza. In altri ancora, l’impotenza protegge dalla colpa di desiderare, scegliere o separarsi.

La mente tende a conservare ciò che ha funzionato, anche quando quel funzionamento produce costi elevati nell’età adulta. Non conserva un ricordo come farebbe un archivio neutro. Conserva una logica di sopravvivenza emotiva. Se da bambini esporsi significava essere svalutati, il sistema può continuare a evitare l’esposizione e spiegare l’inazione attraverso l’ostilità del mondo esterno.

Questo spiega perché la semplice esortazione a reagire è inefficace. Dire a qualcuno «smetti di fare la vittima» aggiunge giudizio a un meccanismo già rigido. La persona può sentirsi ancora più inadeguata e difendere con maggiore forza la posizione che la protegge. La questione non è convincersi di essere forti. È osservare quale funzione svolge la fragilità organizzata come identità.

Il vantaggio nascosto non è un privilegio

Parlare di vantaggio funzionale può irritare, perché sembra insinuare che chi soffre ne tragga piacere. Non è questo il punto. Un vantaggio funzionale non è un premio: è la riduzione di un rischio. Restare nella posizione di chi subisce può evitare l’esposizione al fallimento, il conflitto con la famiglia, la perdita di un legame o la responsabilità di decidere senza garanzie.

La persona che non prova più a cambiare lavoro, per esempio, non è necessariamente priva di volontà. Può essere organizzata attorno all’idea che proporsi sia pericoloso, presuntuoso o inutile. Dire che il mercato è impossibile può diventare una spiegazione socialmente accettabile per non contattare il nucleo emotivo del problema: esporsi a una valutazione, desiderare di più, rischiare di non essere approvati.

La stessa logica appare nelle relazioni. Chi ripete di trovare solo persone indisponibili può avere costruito un sistema che considera l’indisponibilità più sicura della reciprocità. Un rapporto equilibrato chiede presenza, scelta e visibilità. Per una mente abituata alla rincorsa, la reciprocità può apparire estranea, quasi priva di intensità, perché non attiva l’automatismo conosciuto.

Come interrompere la meccanica della vittima

Il primo passaggio non è negare il danno ricevuto. È separare il fatto dall’identità. «Mi è accaduta questa cosa» è diverso da «sono quello a cui accadono sempre queste cose». Nel primo caso il fatto resta osservabile; nel secondo diventa una legge personale capace di colonizzare ogni scenario successivo.

Il secondo passaggio consiste nel rilevare le frasi assolute. Sempre, mai, nessuno, inevitabilmente, tanto è inutile: sono segnali linguistici di una mente che ha smesso di distinguere le situazioni. Non vanno combattuti con ottimismo forzato. Vanno usati come indicatori: quale previsione sto trattando come certezza? Quale azione minima evito per non mettere alla prova quella previsione?

Il terzo passaggio è recuperare quota di responsabilità senza cadere nell’autocolpevolizzazione. Responsabilità non significa essere causa di tutto ciò che si subisce. Significa individuare il punto in cui si può intervenire: un confine non espresso, una richiesta mai formulata, una scelta rimandata, un legame mantenuto oltre il suo senso, una competenza non costruita.

Qui emerge il confine decisivo tra colpa e struttura. La colpa blocca, perché domanda chi meriti una condanna. L’osservazione strutturale produce movimento, perché domanda quale sequenza si ripete e quale elemento può essere modificato. L’indipendenza emotiva non nasce dal cancellare il passato, ma dal sottrarre al passato il potere di decidere automaticamente il futuro.

Per chi riconosce questi meccanismi ma fatica a osservarli senza ricadere nelle proprie giustificazioni, un confronto metodico può rendere visibile la matrice sottostante. A Verona sono possibili incontri in presenza; per chi vive a Milano, Roma, Torino, Bologna o Firenze è possibile lavorare da remoto tramite WhatsApp, Zoom o Skype, senza trasformare la distanza in un ulteriore alibi.

La domanda utile non è: «Come faccio a dimostrare che gli altri mi hanno danneggiato?». È: «Quale parte della mia vita continuo a consegnare a quel danno?». Da questa domanda non nasce una consolazione. Nasce una direzione.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *