Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach
L’evoluzione della identità adulta non comincia quando una persona raggiunge una certa età, trova un lavoro stabile, costruisce una relazione o prende decisioni senza chiedere permesso. Se fosse così, questi sarebbero semmai segnali sociali di autonomia, non necessariamente segnali di indipendenza interna. Si può essere formalmente adulti e continuare a funzionare attraverso istruzioni emotive costruite molti anni prima. Nella maggior parte dei casi, le persone non sviluppano affatto una reale autonomia interiore poiché la collettività tutta opera in modo contrario. Ma il punto non è stabilire se un individuo sia maturato abbastanza. È osservare quale struttura dirige le sue scelte quando entrano in gioco approvazione, rifiuto, conflitto, perdita, denaro, desiderio e appartenenza. L’identità adulta non è una qualità morale cioè migliore o peggiore. È una configurazione funzionale: la capacità di non essere governati automaticamente dalle matrici familiari e sociali che hanno organizzato l’adattamento iniziale.
L’Evoluzione identità adulta: il tempo non basta
L’errore più diffuso consiste nel confondere il passare degli anni con una trasformazione della struttura. Il tempo accumula esperienze, ma non riorganizza da solo il modo in cui la mente attribuisce pericolo, valore e sicurezza. Se una persona ha appreso che per essere accettata deve compiacere, anche a quarant’anni può trasformare ogni relazione in una trattativa silenziosa: rinuncia a ciò che desidera, anticipa i bisogni altrui, evita di esporsi e poi chiama quella rinuncia “sensibilità”. Ma come avete letto, siamo davanti ad un addestramento alla rinuncia, non alla sensibilità. La mente non conserva soltanto ricordi. Costruisce procedure e davanti a situazioni simili, richiama la risposta che in passato ha ridotto il costo emotivo: tacere per non perdere il legame, eccellere per non sentirsi marginali, controllare per non avvertire incertezza, attaccare per non sentire vulnerabilità. Queste risposte possono essere sofisticate, culturalmente premiate e perfino ammirate. Restano tuttavia automatismi se si attivano prima di una valutazione reale del presente che si sta vivendo.
Nel framework P.O.M.M., Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente, l’identità non viene posta come un nucleo puro da ritrovare, ma è il risultato di una costruzione adattiva continua fino a 20/25 anni (e spesso anche oltre). L’individuo diventa ciò che deve diventare per mantenere una posizione possibile nel proprio ambiente emotivo familiare. Il problema emerge quando quella costruzione, utile in un determinato contesto, continua a dirigere la vita anche dopo che il contesto è cambiato.
La falsa libertà delle scelte adulte
Una persona può cambiare città, partner, professione, abitudini e perfino linguaggio su di sé, continuando a replicare lo stesso meccanismo automatico. Questa è la falsa libertà: molta mobilità esterna, poca variazione interna, ma non dipende dall’assenza di volontà. Dipende dal fatto che la volontà viene spesso impiegata per ottenere, con strategie nuove, il medesimo risultato emotivo di sempre.
Chi teme di non avere valore può alternare iperprestazione e poi ritirarsi/chiudersi, alternando questa dinamica molte volte nella vita. Chi associa l’amore alla tensione può cercare relazioni che producono instabilità, leggendo la calma come disinteresse. Chi ha dovuto diventare indispensabile può costruire legami nei quali essere necessario conta più che essere scelto o amato. In tutti questi casi, la persona non sta semplicemente facendo “errori”: sta applicando una logica interna coerente con le proprie matrici emotive familiari.
Ecco perché la sola domanda “che cosa voglio?” è insufficiente. Tra l’altro è da notare che la risposta quasi sempre è difficile da focalizzare, oppure è così generica da risultare inconsistente, come ad esempio: “voglio vivere serenamente”. Ma prima occorre chiedersi: quale funzione svolge questa scelta? Che cosa evita? Quale immagine di me protegge? Quale costo emotivo tenta di non farmi incontrare? Senza questo passaggio, il desiderio può essere confuso con la compensazione e la decisione con la reazione.
Il passaggio dalla reazione alla progettualità
L’evoluzione dell’identità adulta richiede un assetto preciso: smettere di utilizzare il presente come luogo in cui riparare/compensare il passato. Non significa negare ciò che è accaduto, né trasformare la propria storia in un tribunale. Significa riconoscere che ogni adattamento possiede una ragione funzionale e che, proprio per questo, può essere osservato direttamente e senza colpa. La de-colpevolizzazione non è assoluzione generica ma è accuratezza. Se un comportamento è letto solo in termini di debolezza, egoismo o mancanza di carattere (cioè moralmente), si perde la comprensione del meccanismo che lo produce. Se invece se ne comprende la funzione, diventa possibile distinguere tra ciò che una volta era necessario e ciò che oggi limita la progettualità/capacità.
Progettare da adulti significa tollerare che una scelta non garantisca approvazione immediata. Significa rinunciare alla fantasia di poter essere compresi e amati da tutti, di non deludere nessuno e di ottenere risultati senza conflitto. Non è un invito alla durezza o all’isolamento. È l’uscita da una dipendenza strutturale: quella per cui il proprio valore deve essere continuamente confermato dall’esterno: dagli “altri”.
Le aree in cui l’identità rivela la sua struttura
L’identità adulta si mostra con particolare evidenza nei legami, nel lavoro e nella gestione dei confini. Nei legami, la domanda decisiva non è quanto si ama, ma da quale posizione si ama: per scelta o per necessità di essere rassicurati. Nel lavoro, non basta osservare il risultato raggiunto: occorre vedere se la prestazione è espressione di competenza o uno strumento per neutralizzare la paura di essere irrilevanti.
Nei confini, infine, emerge un equivoco ricorrente. Dire no non è sempre un segno di evoluzione, così come dire sì non è sempre sottomissione. Dipende dalla funzione. Un no può essere una difesa rigida contro il rischio di dipendere; un sì può essere una scelta lucida e libera. La forma esterna del comportamento non basta mai a definirne il significato meccanico.
Per questo l’osservazione deve diventare più precisa. Non serve raccontarsi una versione elegante della propria vita. Serve intercettare la sequenza: situazione, attivazione emotiva, interpretazione automatica, comportamento, conseguenza. Quando questa sequenza appare, l’identità smette di essere un’etichetta nebulosa e diventa un sistema leggibile.
Non diventare un’altra persona, ma smettere di obbedire
L’obiettivo non è costruire un personaggio più sicuro, più vincente o sempre sereno. Questa aspirazione produce spesso una nuova maschera, solo più presentabile. L’obiettivo è ridurre l’obbedienza automatica a comandi emotivi che non sono più verificati nel presente.
Ciò comporta anche un costo. Quando una persona modifica la propria posizione, alcune relazioni possono reagire. Chi era abituato alla sua disponibilità può definirla fredda; chi beneficiava del suo silenzio può chiamarla egoista; chi aveva bisogno della sua dipendenza può percepire come minaccia la sua autonomia. Non è la prova che la nuova direzione sia sbagliata. È l’effetto prevedibile di una variazione nel sistema relazionale.
L’adulto non è colui che non prova timore, ambivalenza o bisogno di appartenenza. È colui che non consegna automaticamente a queste spinte il governo delle proprie decisioni. L’identità evolve quando l’emozione smette di essere un ordine e diventa un’informazione da decodificare.
Per chi vive a Verona, Vicenza, Mantova o Brescia, un confronto in presenza nello studio di Verona può offrire uno spazio di osservazione strutturato. Da Milano, Roma, Torino, Bologna e Firenze è possibile lavorare da remoto via WhatsApp, Zoom o Skype, senza che la distanza riduca la precisione del percorso di analisi.
La domanda utile, allora, non è se si è finalmente diventati adulti. È più scomoda e più concreta: quale parte della mia vita sto ancora organizzando per non sentire ciò che, un tempo, non potevo permettermi di sentire? Da quella risposta può iniziare una progettualità che non chiede più al presente di ripetere il passato.

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