Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach
Una persona può ricevere stima, risultati, conferme e perfino affetto, continuando tuttavia a percepirsi come inadeguata. È qui che la domanda l’insicurezza: realtà o idea distorta? smette di essere una riflessione generica e diventa un problema strutturale. Se l’insicurezza fosse soltanto l’assenza di fiducia, basterebbe accumulare prove contrarie. Ma le prove spesso non entrano nel sistema: vengono ridimensionate, sospettate o archiviate come eccezioni.
Il punto non è decidere se una persona abbia o non abbia valore. Questa è una domanda morale, consolatoria e poco utile. Il punto è osservare la meccanica che fa sì che un individuo traduca continuamente i dati della propria esperienza in una stessa conclusione: «non sono abbastanza».
L’insicurezza: realtà o idea distorta?
La risposta più rigorosa è che l’insicurezza è reale come esperienza e può essere distorta come interpretazione. La sofferenza non è inventata. Sono reali la tensione prima di esporsi, il bisogno di approvazione, la difficoltà a scegliere, la paura di essere sostituiti o giudicati. Ciò che merita osservazione è il modo in cui la mente attribuisce il significato a questi segnali.
Una mente non registra la realtà come una videocamera. Seleziona, ordina e interpreta informazioni secondo matrici costruite nel tempo. Quando una matrice identitaria è organizzata attorno all’idea di insufficienza, un errore diventa una prova definitiva, un silenzio diventa rifiuto, il successo diventa fortuna e il confronto diventa condanna.
Non si tratta di pessimismo. È un algoritmo di previsione. Il sistema cerca nel presente elementi compatibili con ciò che ha già imparato a considerare vero di sé. Per questo due persone possono attraversare la stessa situazione – una critica sul lavoro, una risposta fredda, un risultato inferiore alle attese – e produrre reazioni profondamente diverse. Non cambia soltanto l’evento: cambia il codice con cui l’evento viene letto.
L’errore di chiamarla mancanza di autostima
Dire che qualcuno ha poca autostima può descrivere un effetto, ma raramente spiega il funzionamento. Rischia inoltre di trasformare un meccanismo in un difetto personale: come se occorresse convincersi di essere migliori per stare meglio.
L’insicurezza non nasce necessariamente da una valutazione lucida delle proprie capacità. Può essere presente anche in persone competenti, apprezzate, preparate e socialmente riconosciute. In questi casi emerge con chiarezza che il problema non è la quantità di capacità disponibili, ma la loro impossibilità di diventare materiale identitario stabile.
La persona insicura, spesso, non ignora i propri risultati. Li considera però fragili, casuali o revocabili. Può pensare: «È andata bene questa volta», «Gli altri non mi conoscono davvero», «Prima o poi capiranno che non merito questo posto». La conferma esterna viene ricevuta, ma non viene integrata. È come versare acqua in un contenitore che non trattiene.
La sicurezza non coincide con la certezza
Un altro equivoco consiste nel pensare che essere sicuri significhi non provare dubbio. La certezza assoluta non è forza: può diventare rigidità, incapacità di apprendere e difesa contro ogni dato scomodo.
La sicurezza funzionale è un’altra cosa. È la possibilità di agire anche senza garanzie totali, tollerando il fatto che un giudizio altrui non definisce l’intera identità. Chi possiede questa struttura non crede di essere perfetto. Sa che può sbagliare senza trasformare l’errore in una sentenza sul proprio valore.
Il confronto come dispositivo di conferma
Il confronto è uno degli strumenti principali con cui l’insicurezza si alimenta. Non perché confrontarsi sia sempre dannoso, ma perché la mente insicura non usa l’altro per orientarsi: lo usa per emettere un verdetto su di sé.
Osservando qualcuno più brillante, più visibile o apparentemente più stabile, non registra una differenza specifica. Produce una generalizzazione: l’altro è avanti, dunque io sono indietro. Da qui nasce un passaggio decisivo. Una competenza che manca in un determinato contesto diventa il segno di una mancanza globale.
Questa operazione è meccanicamente conveniente per il sistema, benché costosa per la persona. Offre una spiegazione immediata a ogni disagio: se qualcosa non funziona, il problema sono io. È una formula dolorosa, ma semplice. Evita di analizzare contesti, limiti reali, competenze da sviluppare, relazioni sbilanciate o aspettative impossibili.
L’insicurezza, dunque, non è sempre un eccesso di umiltà. Talvolta è una forma di egocentrismo involontario: tutto viene ricondotto a un difetto personale, persino ciò che dipende da dinamiche esterne, tempi non maturi o incompatibilità relazionali.
Le origini non sono una condanna
Molti tentano di capire l’insicurezza cercando l’episodio iniziale: la frase ricevuta da bambini, l’umiliazione, il confronto familiare, l’assenza di riconoscimento. Questi elementi possono avere un peso, ma l’errore è trattarli come una spiegazione conclusiva.
La mente non resta ferma all’evento originario. Costruisce adattamenti. Se, in un certo ambiente, esporsi ha significato rischiare giudizio, perdita di legame o svalutazione, il sistema può imparare a controllarsi, anticipare le reazioni altrui e ridurre la propria iniziativa. Quella strategia, inizialmente funzionale alla sopravvivenza emotiva, può proseguire anche quando il contesto è cambiato.
La trasmissione generazionale agisce proprio in questo modo: non passa soltanto attraverso le parole, ma attraverso modelli di interpretazione. Chi cresce accanto a figure che vivono il giudizio come minaccia può apprendere a monitorare ogni segnale sociale. Chi vede il valore associato soltanto alla prestazione può organizzare la propria identità attorno al risultato. Non è colpa, non è destino: è apprendimento strutturale.
Nel framework POMM, osservare questa struttura significa spostarsi dalla domanda «perché sono fatto così?» a una domanda più utile: «quale funzione sta svolgendo oggi questa reazione?». L’insicurezza può proteggere dal rischio di esporsi, dalla responsabilità di scegliere, dalla possibilità di deludere qualcuno o dalla paura di essere visti davvero.
Quando l’insicurezza diventa identità
Il passaggio più critico avviene quando l’insicurezza non viene più percepita come una reazione, ma come un’identità. La persona non dice più «in questa situazione mi sento insicura», ma «io sono insicuro». La differenza sembra minima, ma cambia tutto.
Nel primo caso esiste un fenomeno osservabile, collocato in un contesto. Nel secondo caso viene formulata una definizione totale di sé. E ogni definizione totale tende ad autoalimentarsi: condiziona le scelte, restringe le possibilità e produce comportamenti che sembrano confermarla.
Chi si definisce insicuro può evitare opportunità, delegare decisioni, cercare continuamente rassicurazioni o restare in legami dove il proprio valore è messo in discussione. Poi legge le conseguenze di queste rinunce come prova della propria incapacità. Il meccanismo si chiude su se stesso.
Interrompere questa circolarità non significa ripetersi frasi positive. Significa distinguere i dati dalle interpretazioni. Un rifiuto è un rifiuto, non la prova che nessuno potrà scegliere quella persona. Un errore è un errore, non un’identità. Un confronto può indicare una competenza da costruire, non una gerarchia definitiva tra esseri umani.
Dalla reazione alla progettualità
L’indipendenza emotiva non consiste nel diventare impermeabili allo sguardo altrui. Consiste nel non delegare allo sguardo altrui la definizione di ciò che si è. Per arrivarci occorre osservare con precisione quando l’insicurezza si attiva, quali interpretazioni produce e quali comportamenti richiede.
È utile chiedersi: in quali contesti compare? Davanti a quali persone? Quale perdita tenta di evitare? Quale immagine di me devo difendere? Le risposte non servono a costruire un racconto commovente sul passato, ma a rendere visibile l’algoritmo presente.
Per chi vive a Verona, Vicenza, Mantova o Brescia, questo tipo di lavoro di osservazione può essere affrontato anche in incontri in presenza presso lo studio di Verona. Da Milano, Roma, Torino, Bologna e dalle altre grandi città, il lavoro da remoto via WhatsApp, Zoom o Skype permette di mantenere continuità senza trasformare la distanza in un ostacolo.
La domanda corretta non è se eliminare ogni insicurezza. Una quota di dubbio appartiene a chi riconosce la complessità della realtà. La questione è non permettere che un vecchio sistema interpretativo decida, al posto della persona, quale spazio può occupare nel proprio futuro.

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