Modello POMM applicato alle relazioni

Modello POMM applicato alle relazioni

Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach

Una relazione non fallisce perché due persone “non si capiscono”. Questa è la formula comoda, quella che lascia intatto l’equivoco di fondo. Se si osserva il modello POMM applicato alle relazioni, il punto non è la mancanza di comunicazione in sé, ma la collisione tra strutture mentali che cercano, ciascuna a modo proprio, stabilità, conferma identitaria e riduzione dell’incertezza emotiva.

La questione, quindi, non è sentimentale ma meccanica. Le relazioni non sono soltanto incontri tra individui coscienti delle proprie intenzioni. Sono soprattutto interazioni tra automatismi, matrici emotive, letture apprese della vicinanza, del rifiuto, del valore personale e del potere. Finché si resta dentro una narrazione morale – chi ha ragione, chi sbaglia, chi ama di più, chi ferisce – si vede poco. Quando invece si guarda il funzionamento, emergono regolarità molto meno consolatorie ma molto più utili.

Che cosa osserva il modello POMM nelle relazioni

Il framework POMM, Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente, sposta il fuoco dall’interpretazione psicologica tradizionale alla struttura funzionale del comportamento. In una relazione, questo significa smettere di chiedersi soltanto che cosa provo e iniziare a chiedersi da quale matrice quel vissuto viene prodotto, quale adattamento lo sostiene e quale vantaggio implicito lo mantiene attivo.

Una persona può dichiarare di desiderare un legame stabile e nello stesso tempo scegliere sistematicamente figure indisponibili. Può dire di volere libertà e poi generare controllo. Può soffrire per l’abbandono e costruire, senza rendersene conto, condizioni che rendono l’abbandono probabile. Non c’è contraddizione nel senso morale del termine. C’è coerenza interna del sistema.

Il modello POMM non parte dal presupposto che l’individuo sia trasparente a se stesso. Parte dal contrario. La mente tende a produrre soluzioni adattive che diventano identità, gusti, convinzioni e criteri di scelta. Nelle relazioni, questo è decisivo, perché ciò che chiamiamo amore è spesso una risposta organizzata a memorie emotive anteriori, non una libera valutazione del presente.

Perché ci attraggono proprio certe dinamiche

L’attrazione non è neutra. Non si attiva nel vuoto e non si distribuisce secondo parametri razionali. Si orienta verso ciò che il sistema riconosce come familiare, leggibile o coerente con la propria costruzione interna. Questo non significa che scegliamo sempre ciò che ci fa male. Significa piuttosto che scegliamo ciò che il nostro apparato mentale sa trattare, anche quando il costo è alto.

Una persona cresciuta in un ambiente emotivamente imprevedibile può leggere l’intensità come prova di autenticità. Un’altra, abituata a doversi meritare attenzione, può percepire come prezioso solo ciò che resta distante. Un’altra ancora può scambiare la dipendenza reciproca per intimità, perché nella sua grammatica affettiva l’autonomia è stata associata a perdita di legame.

Il punto non è patologizzare questi processi, ma riconoscerne la logica. L’attrazione, nella prospettiva POMM, segnala spesso la compatibilità tra due sistemi di adattamento, non necessariamente la qualità evolutiva dell’incontro. Due persone possono sentirsi fortemente attratte proprio perché i loro automatismi si agganciano in modo perfetto. Questo aggancio può produrre euforia iniziale e sofferenza ripetitiva dopo poco tempo.

Relazione sana o relazione funzionale al sistema

Qui occorre una distinzione netta. Una relazione può funzionare molto bene dal punto di vista della tenuta del sistema mentale, e molto male dal punto di vista della libertà individuale. Se una dinamica conferma le credenze profonde che ciascuno porta con sé, il legame può risultare stabile pur essendo saturo di conflitto, dipendenza o svalutazione.

Per questo molte persone non escono da relazioni che dichiarano insostenibili. Non perché siano deboli, ingenue o incoerenti, ma perché quel legame continua a svolgere una funzione interna. Magari alimenta una lotta antica per essere viste. Magari consente di restare in una posizione conosciuta di attesa, sacrificio o superiorità morale. Magari impedisce il confronto con il vuoto identitario che emergerebbe senza quella struttura.

Il conflitto visto senza moralismi

Nel linguaggio comune, il conflitto viene trattato come un problema di carattere, comunicazione o incompatibilità. A volte è anche questo, ma nel modello POMM applicato alle relazioni il conflitto è soprattutto un punto di emersione di algoritmi diversi di regolazione emotiva.

Quando una persona cerca vicinanza per calmare l’incertezza e l’altra cerca distanza per non sentirsi invasa, il problema non è che uno ama bene e l’altro ama male. Il problema è che due sistemi di protezione stanno tentando di usare la relazione per scopi differenti. Se nessuno dei due vede il meccanismo, ciascuno interpreterà il comportamento dell’altro in termini morali: egoismo, freddezza, bisogno eccessivo, mancanza di rispetto. Sono etichette. Descrivono poco.

Osservato in modo funzionale, il conflitto smette di essere un tribunale e diventa una mappa. Mostra dove il sistema si irrigidisce, quali bisogni non sa negoziare, quali significati attribuisce al silenzio, alla distanza, al desiderio, al limite. Questa lettura non assolve nessuno, ma toglie dalla scena l’illusione che basti “impegnarsi di più” per cambiare schema.

Dipendenza affettiva e ripetizione degli schemi

Una delle aree in cui il modello risulta più chiarificatore riguarda la dipendenza affettiva. Spesso viene raccontata come eccesso di amore o bassa autostima. Sono formule generiche. Il problema reale è più strutturale: l’altro viene investito di una funzione regolativa che il sistema non riesce a sostenere autonomamente.

In questi casi la relazione non è soltanto importante. Diventa il dispositivo attraverso cui la persona tiene insieme immagine di sé, senso di continuità, possibilità di sentirsi desiderabile o degna di esistere nel campo emotivo. Se l’altro si allontana, non si attiva solo tristezza. Si attiva una minaccia identitaria.

La ripetizione, allora, non è sfortuna. È fedeltà al modello interno. Finché quella struttura non viene vista, si continuerà a cambiare partner mantenendo invariata la logica della scelta, dell’investimento e della sofferenza. Cambiano i volti, resta la matrice.

Che cosa cambia quando si vede il meccanismo

Vedere il meccanismo non produce automaticamente relazioni semplici. Produce però una rottura decisiva con la lettura ingenua di sé. Si comincia a distinguere il bisogno reale dall’urgenza appresa, il desiderio dal riflesso condizionato, la presenza dall’incastro.

Questo passaggio è scomodo perché obbliga a rinunciare a diverse illusioni. L’illusione che il problema sia sempre l’altro. L’illusione che basti trovare la persona giusta. L’illusione che l’intensità coincida con la verità del legame. A volte ciò che appare più coinvolgente è semplicemente ciò che riattiva più fedelmente una configurazione nota.

Il modello POMM applicato alle relazioni quotidiane

Sul piano pratico, il modello POMM applicato alle relazioni invita a osservare quattro nuclei. Il primo è la selezione: chi mi attrae, chi escludo, chi inseguo, chi svaluto. Il secondo è l’attivazione: che cosa mi destabilizza davvero, la distanza, l’indifferenza, il giudizio, la dipendenza dell’altro. Il terzo è la funzione: che cosa ottengo internamente restando in quella dinamica, anche se dichiaro di subirla. Il quarto è la previsione: se nulla cambia nella struttura, quale esito si ripeterà.

Questa osservazione ha un valore concreto perché sposta il lavoro dalla gestione episodica delle crisi alla lettura della matrice. Se ogni discussione viene trattata come caso isolato, il sistema resta invisibile. Se invece i singoli eventi vengono letti come espressione di una regola, si apre uno spazio di trasformazione reale.

Per alcune persone questo lavoro è più efficace in presenza, soprattutto se vivono a Verona o nelle province vicine come Vicenza, Mantova e Brescia, perché il confronto diretto aiuta a rendere più nitide le ricorrenze relazionali. Per chi si trova a Milano, Roma, Torino o Bologna, la modalità online o da remoto via Whatsapp, Zoom o Skype consente comunque un lavoro rigoroso, con il vantaggio di inserirlo nella propria routine senza spostamenti inutili.

Non cercare la relazione giusta se il criterio è ancora lo stesso

Il punto più controcorrente è forse questo: molte persone cercano una relazione diversa mantenendo intatta la struttura che produce sempre lo stesso tipo di legame. Vogliono un altro esito senza mettere in discussione il proprio algoritmo di scelta, il proprio modo di investire l’altro e la propria definizione implicita di amore.

Finché il criterio resta invisibile, la libertà è apparente. Si crede di scegliere, ma si esegue. Si crede di amare, ma spesso si sta solo ricostruendo una configurazione nota per continuare a trattarla. Il modello POMM non serve a diventare più romantici, più adattati o più rassicurati. Serve a vedere dove la mente produce relazioni come estensione dei propri automatismi.

Ed è da lì che qualcosa può cambiare davvero: non quando trovi finalmente qualcuno che ti salva dal tuo schema, ma quando smetti di scambiare lo schema per destino.

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