Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach
Quando una persona ripete una relazione che la svuota, si blocca davanti a una scelta o reagisce con intensità sproporzionata, la domanda abituale è: «Che cosa ho che non va?». Il confronto tra psicologia o modello POMM inizia da qui, perché cambia precisamente la domanda di partenza. Da una parte si cerca spesso un significato da attribuire al comportamento; dall’altra si osserva quale meccanismo lo produca, quale funzione abbia avuto e perché continui a operare anche quando genera sofferenza.
Il modello POMM, Prospettiva di Osservazione della Meccanica della Mente, non invita a giudicare l’individuo né a trasformare ogni difficoltà in un tratto della personalità. Considera la mente come una struttura adattiva: un sistema che registra condizioni emotive, organizza priorità, costruisce automatismi e li ripropone finché non viene compresa la logica che li sostiene.
Psicologia o modello POMM: non cambia solo il linguaggio
La parola psicologia viene usata per indicare pratiche, scuole e spiegazioni molto diverse. Nel linguaggio comune, tuttavia, tende a produrre un effetto preciso: porta a cercare dentro la persona una qualità, una mancanza, un problema da nominare. Si parla di autostima bassa, fragilità, paura di abbandono, incapacità di scegliere. Queste formule possono descrivere un vissuto, ma raramente ne chiariscono la meccanica.
Il POMM sposta l’osservazione dalla definizione dell’individuo al funzionamento del sistema. Non chiede se una persona sia debole, dipendente, irrisolta o forte. Chiede: quale matrice emotiva si attiva? Quale minaccia viene percepita? Quale risposta è stata appresa come necessaria? Quale vantaggio funzionale conserva oggi quell’automatismo?
Questa differenza non è terminologica. Se attribuisci il tuo blocco a un difetto personale, tenterai di correggere te stesso. Se riconosci un meccanismo di adattamento, puoi osservarne la sequenza e modificare le condizioni che lo mantengono attivo. Nel primo caso la vergogna cresce facilmente; nel secondo la responsabilità diventa più precisa e meno moralistica.
La mente non agisce per coerenza morale
Molte persone ritengono di sapere ciò che sarebbe meglio fare: interrompere un legame, esporsi di più, dire no, smettere di cercare approvazione. Eppure fanno il contrario. Da qui nasce l’equivoco più diffuso: interpretare l’incoerenza come mancanza di volontà.
La mente non è progettata per rispettare un ideale di coerenza. È progettata per conservare configurazioni percepite come protettive. Se nell’ambiente originario il consenso degli altri ha rappresentato una condizione di sicurezza, l’adulto potrà organizzare molte scelte attorno all’approvazione, anche quando questa lo impoverisce. Non perché desideri soffrire, e nemmeno perché sia incapace di capire. Perché il sistema attribuisce a quella strategia un valore di protezione superiore al costo che comporta.
Il POMM chiama l’attenzione sulle matrici emotive: configurazioni profonde attraverso cui la mente seleziona ciò che è rilevante, pericoloso, desiderabile o evitabile. La reazione attuale non nasce soltanto dalla situazione presente. Il presente fornisce l’innesco, ma l’intensità della risposta dipende dalla struttura che interpreta quell’innesco.
Una critica, per esempio, può essere un’informazione utile per qualcuno e una minaccia identitaria per qualcun altro. Non è necessario scegliere quale delle due reazioni sia più nobile. Occorre capire perché, in quella specifica mente, la critica viene tradotta come perdita di valore, esclusione o pericolo di isolamento.
Dalla storia raccontata alla struttura che la organizza
Raccontare la propria storia può essere necessario, ma non è sufficiente. Una narrazione piena di dettagli non garantisce comprensione. A volte produce l’effetto opposto: la persona resta intrappolata nella cronologia, torna continuamente ai fatti e cerca una sentenza definitiva sui responsabili.
Il modello POMM non nega il peso delle trasmissioni generazionali. Lo rende però osservabile in modo funzionale. In una famiglia non si trasmettono solo parole, ruoli o valori dichiarati. Si trasmettono regole implicite su ciò che è consentito provare, chiedere, mostrare, desiderare e rifiutare. Un figlio può imparare che essere autonomo equivale a tradire, che avere bisogni equivale a pesare, che esprimere dissenso espone alla perdita del legame.
Queste regole non restano idee astratte. Diventano criteri operativi. Orientano la scelta dei partner, il rapporto con il lavoro, l’uso del denaro, la capacità di stare nel conflitto e perfino il modo di interpretare un silenzio. Ciò che appare come destino relazionale è spesso una sequenza algoritmica: percezione, attivazione emotiva, risposta automatica, conseguenza, conferma della regola iniziale.
Vedere la sequenza è più utile che ripetere «sono sempre così». La prima formula apre un campo di osservazione; la seconda chiude l’identità dentro un’etichetta.
Identità: una funzione, non una condanna
L’identità viene spesso trattata come un nucleo autentico che occorre finalmente esprimere. Il POMM propone una lettura meno consolatoria e più operativa: una parte rilevante dell’identità è una soluzione costruita per mantenere appartenenza, protezione e prevedibilità.
La persona che si definisce sempre disponibile potrebbe avere organizzato la propria identità attorno alla necessità di non creare attrito. Quella che si considera indipendente a ogni costo potrebbe aver appreso che chiedere equivale a esporsi a una delusione. Quella che vive relazioni instabili potrebbe cercare, senza rendersene conto, condizioni emotive familiari proprio perché riconoscibili.
Questo non significa che ogni scelta sia programmata o che non esista margine di progettualità. Significa che la libertà non coincide con il fare ciò che si desidera nell’immediato. Diventa possibile quando si distingue il desiderio presente dalla necessità antica che lo sta guidando.
L’indipendenza emotiva, in questa prospettiva, non è freddezza né isolamento. È la possibilità di restare in relazione senza consegnare agli altri il comando della propria stabilità interna. È poter dire sì senza sottomissione e no senza vivere ogni confine come una catastrofe relazionale.
Cosa osservare quando un automatismo si ripete
Non serve cercare una spiegazione totale per iniziare a vedere un meccanismo. Conviene individuare una ripetizione concreta: il tipo di persona che si rincorre, il momento in cui si rinuncia a parlare, la necessità di giustificarsi, il bisogno di ottenere una risposta immediata.
Poi occorre ricostruire la catena. Qual è il segnale che attiva la reazione? Quale significato gli viene attribuito in pochi istanti? Che cosa fai per ridurre la tensione? E quale conseguenza rinforza quella condotta? Spesso si scopre che l’azione apparentemente irrazionale riduce un disagio nel breve periodo, ma alimenta il problema nel lungo periodo.
È qui che il lavoro interpretativo diventa progettuale. Non basta decidere di agire diversamente una volta. Va costruita una risposta alternativa che sia sostenibile anche quando la matrice emotiva torna a premere. Un confine detto troppo tardi, una scelta fatta per reazione o un distacco usato come punizione non interrompono necessariamente il meccanismo: possono esserne una nuova espressione.
Per chi vive a Verona, Vicenza, Mantova o Brescia, un confronto in presenza nello studio di Verona può offrire uno spazio di osservazione strutturato. Per chi è a Milano, Roma, Torino, Bologna o Firenze, il lavoro online via WhatsApp, Zoom o Skype permette la stessa continuità senza trasformare distanza e spostamenti in un ulteriore ostacolo.
La domanda utile, davanti a ciò che si ripete, non è «perché non riesco a cambiare?». È: «quale funzione sta ancora svolgendo questo automatismo nel mio sistema?». Quando la funzione diventa visibile, il comportamento smette di apparire un nemico incomprensibile e diventa finalmente una struttura su cui poter intervenire con lucidità.

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