Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach
La progettualità non si interrompe perché una persona è pigra, poco ambiziosa o incapace di scegliere. Queste sono etichette morali: semplificano il fenomeno e, proprio per questo, impediscono di osservarlo. I sette ostacoli alla progettualità operano invece come funzioni della mente: proteggono equilibri interiori già noti, anche quando quegli equilibri producono immobilità, insoddisfazione o dipendenza.
Nel framework POMM, la mente non viene letta come un luogo misterioso da interpretare sentimentalmente, ma come una struttura adattiva. Ciò che chiamiamo blocco non è assenza di volontà. È la presenza di una priorità inconscia: conservare un’identità, una fedeltà relazionale o una posizione emotiva costruita nel tempo.
I sette ostacoli alla progettualità
1. L’identità costruita sull’adattamento
Chi ha imparato presto a essere funzionale agli altri può incontrare una difficoltà precisa: progettare per sé gli appare come un atto di sottrazione. Non perché non desideri una direzione personale, ma perché la sua identità si è organizzata attorno alla risposta alle attese esterne.
In questa struttura, scegliere non equivale soltanto a preferire. Equivale a modificare il proprio ruolo nel sistema relazionale. Un progetto viene allora rimandato, ridotto o reso innocuo, affinché non costringa nessuno a rinegoziare la posizione che quella persona ha sempre occupato.
2. La fedeltà alle matrici familiari
Molte persone immaginano che il passato agisca come un ricordo. Più spesso agisce come una grammatica: stabilisce ciò che appare possibile, legittimo, rischioso o proibito. Se nella struttura familiare il desiderio personale è stato associato a egoismo, conflitto, fallimento o abbandono, il futuro può essere percepito come una minaccia.
Non serve che qualcuno vieti esplicitamente di crescere. È sufficiente che la mente abbia registrato una regola implicita: non superare la soglia concessa alla tua appartenenza. La progettualità viene così frenata non da una mancanza di idee, ma da una lealtà invisibile verso un ordine precedente.
3. L’illusione della preparazione infinita
Studiare, raccogliere informazioni, attendere il momento giusto e affinare ogni dettaglio possono sembrare comportamenti razionali. Lo diventano solo fino a un certo punto. Quando la preparazione non conduce mai a un’esposizione reale, smette di essere competenza e diventa protezione.
La mente preferisce spesso l’ipotesi al progetto, perché l’ipotesi non mette alla prova l’immagine di sé. Finché un’idea resta nella fase preparatoria, può essere perfetta. Quando entra nella realtà, deve confrontarsi con limiti, risposte altrui, errori e trasformazioni. Il rinvio preserva l’ideale, ma consuma il tempo necessario per costruire qualcosa di concreto.
4. La dipendenza dalla conferma
Un progetto richiede una quota di autonomia percettiva: la capacità di sostenere una decisione prima che venga approvata dagli altri. Quando invece la conferma esterna è indispensabile per sentirsi autorizzati, ogni scelta diventa una consultazione permanente.
Il problema non è ascoltare pareri. Il problema nasce quando il parere altrui sostituisce il proprio criterio. In quel momento, la progettualità viene delegata a chi rassicura, a chi approva o a chi possiede maggiore potere simbolico. La persona resta formalmente responsabile della propria vita, ma funzionalmente ne consegna la direzione.
5. La confusione tra desiderio e reazione
Non tutto ciò che appare come desiderio è un orientamento autentico. A volte un cambiamento viene cercato soltanto per fuggire da una tensione presente, per contraddire qualcuno o per dimostrare di valere. In questi casi il progetto nasce come reazione e conserva la dipendenza da ciò a cui si oppone.
La domanda utile non è soltanto: “Che cosa voglio fare?”. È anche: “Da quale posizione mentale nasce questa spinta?”. Se un obiettivo serve a riparare un’umiliazione, vincere un confronto o ottenere finalmente riconoscimento, può contenere energia ma non necessariamente direzione. La sua tenuta dipende dalla permanenza del conflitto che lo alimenta.
6. La paura di perdere un’identità nota
Anche un’identità sofferente offre un vantaggio: è conosciuta. Permette di prevedere il proprio posto, le proprie reazioni e perfino le proprie giustificazioni. Un progetto serio modifica questa economia interna, perché obbliga a diventare una persona che agisce in modo diverso da come si è sempre definita.
Qui si trova una delle ragioni per cui molte iniziative vengono abbandonate proprio quando iniziano a funzionare. Il risultato non è soltanto desiderabile: è destabilizzante. Chiede di rinunciare all’immagine di chi non può, di chi aspetta, di chi viene frenato o di chi deve essere aiutato. Non tutti sono pronti a perdere una definizione di sé, anche quando quella definizione produce sofferenza.
7. L’assenza di una struttura operativa
Un progetto non è un desiderio intensamente sentito. È una sequenza organizzata tra una direzione, un vincolo, una scelta e una verifica. Senza questa struttura, la mente ritorna facilmente alle abitudini precedenti, perché le abitudini richiedono meno energia decisionale.
Dire “vorrei cambiare lavoro”, “vorrei chiudere una relazione ambigua” o “vorrei smettere di rimandare” non definisce ancora un progetto. Occorre stabilire che cosa verrà fatto, entro quale limite temporale, quale costo si è disposti a sostenere e quale comportamento segnalerà che la direzione è stata realmente intrapresa. La vaghezza è confortevole perché non espone al fallimento, ma non produce movimento.
Perché la volontà non basta
La retorica della forza di volontà è seducente perché promette una soluzione semplice: basterebbe decidere con maggiore fermezza. Ma se la progettualità è ostacolata da matrici identitarie, vincoli di appartenenza e automatismi relazionali, la volontà rischia di diventare un comando impartito a una struttura che continua a lavorare in senso opposto.
Il punto non è motivarsi di più. È osservare quale funzione svolge l’immobilità. Un rinvio può proteggere dall’esposizione. Una scelta incompleta può mantenere un legame. Un obiettivo continuamente modificato può evitare la responsabilità di dichiarare chi si intende diventare. Finché tale funzione resta invisibile, ogni tentativo di disciplina sarà intermittente.
Questo non implica che ogni progetto debba essere rigido. Esistono fasi della vita in cui esplorare è più sensato che decidere, e contesti in cui attendere informazioni ulteriori è una scelta lucida. La differenza è verificabile: l’esplorazione produce dati e restringe il campo; il rinvio ripete lo stesso circuito senza aumentare chiarezza.
Dalla progettualità immaginata a quella praticabile
La prima operazione consiste nel separare il progetto dall’approvazione. Una direzione può essere discussa, corretta e persino abbandonata, ma non può dipendere integralmente dal consenso altrui. La seconda consiste nel nominare il costo: ogni scelta elimina alternative, modifica relazioni e richiede una quota di conflitto con la propria struttura abituale.
Poi serve una verifica concreta. Non “mi sentirò più sicuro”, ma “entro una data svolgerò questa azione osservabile”. Non “capirò cosa voglio”, ma “ridurrò le opzioni secondo criteri espliciti”. La mente tende a proteggere ciò che resta astratto; la realtà inizia quando l’azione possiede un confine.
Per chi vive a Verona, Vicenza, Mantova o Brescia, un confronto in presenza nello studio di Verona può offrire uno spazio di osservazione strutturata. Per chi si trova a Milano, Roma, Torino o Bologna, il lavoro da remoto via WhatsApp, Zoom o Skype consente di affrontare le stesse dinamiche senza trasformare la distanza in un ulteriore alibi organizzativo.
Progettare non significa prevedere tutto. Significa smettere di chiedere alla mente una garanzia impossibile e iniziare a osservare quale vecchio equilibrio viene difeso ogni volta che il futuro chiede una scelta.

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