Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach
Una persona può cambiare città, lavoro, relazione, abitudini e persino linguaggio su di sé, continuando però a produrre lo stesso risultato strutturale: dipendere dall’approvazione, ritirarsi davanti all’esposizione, sabotare ciò che desidera, scegliere legami che confermano una vecchia posizione. Sviluppare progettualità oltre gli automatismi non significa accumulare obiettivi o ripetersi frasi incoraggianti. Significa capire quale meccanica sta decidendo prima dell’intenzione cosciente.
Il problema non è la mancanza di volontà. La volontà interviene spesso tardi, quando il sistema ha già selezionato ciò che appare possibile, sicuro, lecito o minaccioso. Se questa selezione resta invisibile, anche il progetto più ragionevole viene riassorbito dalla continuità del funzionamento appreso.
La progettualità non nasce dal desiderio generico
Dire “voglio cambiare” è una formula debole. Può indicare insofferenza, stanchezza o dolore, ma non contiene ancora una direzione. Un progetto esiste quando una persona riesce a collocare il proprio presente dentro una sequenza: riconosce da quale posizione agisce, distingue ciò che vuole conservare da ciò che vuole modificare e accetta il costo delle nuove scelte.
Qui emerge una distinzione decisiva. Il desiderio tende a immaginare un esito gratificante. La progettualità organizza invece le condizioni necessarie per raggiungerlo. Il desiderio può voler essere liberi da un legame soffocante; il progetto deve affrontare la dipendenza emotiva che rende quel legame funzionale. Il desiderio può voler parlare con maggiore sicurezza; il progetto deve osservare la paura di perdere appartenenza, immagine o protezione nel momento in cui si prende parola.
Per questo molte persone pianificano senza progettare. Riempiono agende, acquistano corsi, cambiano routine, ma lasciano intatta la matrice che stabilisce il grado di autorizzazione a esistere autonomamente. L’attività aumenta, la direzione non cambia.
Gli automatismi non sono errori di carattere
Un automatismo è una risposta che si presenta come naturale perché è stata ripetuta abbastanza a lungo da diventare identità. Non viene percepita come scelta, ma come evidenza: “sono fatto così”, “non riesco”, “per me è troppo”, “devo evitare conflitti”. Queste frasi non descrivono una sostanza personale. Segnalano una regola operativa.
La mente non conserva soltanto ricordi. Organizza criteri di previsione. In base alle esperienze relazionali e alle condizioni di adattamento, costruisce associazioni tra un’azione e il suo presunto pericolo: esporsi equivale a essere giudicati, separarsi equivale a essere abbandonati, riuscire equivale a diventare bersaglio, chiedere equivale a pesare sugli altri. Quando il presente assomiglia anche minimamente a quelle configurazioni, la risposta si attiva con una rapidità che precede la riflessione.
Non c’è nulla di moralmente sbagliato in questo. C’è una struttura che ha cercato continuità e protezione con gli strumenti disponibili. Il punto, però, è che un adattamento efficace in un contesto può diventare limitante in un altro. La fedeltà a una vecchia soluzione viene scambiata per prudenza, sensibilità o coerenza.
Il framework P.O.M.M. propone proprio uno spostamento di osservazione: non domandarsi soltanto che cosa una persona sente, ma quale funzione svolge quel sentire nel sistema delle sue scelte. La domanda utile non è “perché mi blocco?” come richiesta di una causa remota e consolatoria. È: “quale previsione sto obbedendo quando mi blocco, e quale posizione mi impedisce di assumere?”
La ripetizione protegge un equilibrio, anche quando fa soffrire
Ogni automatismo conserva un equilibrio. Chi rinuncia prima di tentare evita la possibilità di fallire, ma evita anche di verificare le proprie risorse. Chi cerca continuamente conferme riduce per un momento l’incertezza, ma consegna agli altri il potere di definire il proprio valore. Chi controlla ogni dettaglio tenta di prevenire l’imprevisto, ma trasforma l’azione in un’attesa interminabile.
La ripetizione, quindi, non si interrompe imponendosi di fare l’opposto. L’opposto meccanico è ancora dipendenza dalla stessa regola. Una persona che passa dall’accondiscendenza all’aggressività può credere di essersi liberata, mentre continua a reagire al bisogno di non sentirsi subordinata. L’indipendenza non è il contrario di ciò che si subiva. È la possibilità di non esserne più organizzati.
Sviluppare progettualità oltre gli automatismi richiede una mappa
Un progetto trasformativo non parte dalla domanda “che cosa devo fare domani?”. Parte da una mappa del funzionamento. Occorre individuare le situazioni ricorrenti in cui la direzione si interrompe, il linguaggio interno che giustifica l’interruzione e il vantaggio immediato che l’automatismo produce.
Prendiamo una persona capace e preparata che rimanda sistematicamente una proposta professionale. Il problema non è necessariamente la disciplina. Può essere l’equazione implicita secondo cui proporsi espone al rifiuto e il rifiuto conferma un’insufficienza già temuta. Rimandare abbassa la tensione nel breve periodo. Ma, nel lungo periodo, costruisce una biografia di occasioni non attraversate che sembra dimostrare proprio quell’insufficienza.
La mappa deve separare i livelli. C’è il fatto osservabile: la proposta non viene inviata. C’è l’interpretazione: “non è ancora pronta”. C’è la funzione: evitare l’esposizione. C’è il costo: mantenere immobile la propria posizione. Senza questa separazione, si combatte l’effetto e si lascia indisturbata la regola che lo produce.
Dal programma astratto alla prova concreta
Una progettualità reale lavora per verifiche, non per proclamazioni. Se l’automatismo dice che non si può sostenere il dissenso, non serve dichiararsi finalmente assertivi. Serve scegliere una situazione circoscritta in cui esprimere una preferenza, osservare la reazione, reggere la tensione e registrare ciò che accade davvero.
Questo passaggio è fondamentale: non si tratta di dimostrare coraggio, ma di aggiornare una previsione. La mente automatica utilizza dati vecchi come se fossero una legge universale. L’azione deliberata introduce dati nuovi. Non elimina subito la paura, ma riduce il suo monopolio interpretativo.
La misura dell’azione deve essere adeguata. Un passo troppo piccolo può diventare un alibi elegante; un passo eccessivo può riattivare la fuga e confermare l’idea di incapacità. Non esiste una soglia valida per tutti. Dipende dalla rigidità del meccanismo, dalle risorse disponibili e dalla quantità di pressione relazionale presente nel contesto.
Progettare significa sopportare una temporanea incoerenza
Quando una persona esce da un automatismo, spesso non si sente immediatamente più autentica. Può sentirsi innaturale, egoista, fredda, esposta. Questo non prova che la scelta sia sbagliata. Prova che l’identità precedente aveva reso familiare una certa subordinazione, una certa rinuncia o una certa modalità di ottenere legame.
L’identità non è soltanto ciò che raccontiamo di noi. È l’insieme delle azioni che ci è stato possibile ripetere senza perdere il senso di appartenenza. Per questa ragione progettare il futuro richiede anche di tollerare un intervallo: non essere più pienamente aderenti alla vecchia definizione di sé e non possedere ancora una nuova stabilità.
È qui che molti tornano indietro. Non perché abbiano compreso male il progetto, ma perché confondono il disagio della transizione con un segnale di pericolo. La progettualità richiede invece di distinguere il rischio effettivo dall’allarme prodotto da una struttura abituata a conservare se stessa.
La direzione futura è una pratica di autonomia
L’autonomia emotiva non consiste nel non avere bisogno di nessuno. È la capacità di non trasformare ogni relazione in un tribunale che autorizza o vieta la propria esistenza. Una persona autonoma può desiderare vicinanza, riconoscimento e collaborazione senza usarli come condizione per pensare, scegliere e agire.
Per chi riconosce ripetizioni che bloccano lavoro, relazioni o passaggi decisivi, un confronto strutturato può servire a rendere leggibile la meccanica invece di limitarsi a commentarne gli effetti. Gli incontri in presenza a Verona sono utili per chi vive anche nelle province vicine, come Vicenza, Mantova e Brescia; per Milano, Roma, Torino o Bologna è possibile lavorare da remoto via WhatsApp, Zoom o Skype, senza che la distanza riduca la continuità dell’osservazione.
Non serve attendere di sentirsi pronti per costruire una direzione. La prontezza, molto spesso, è l’ultima promessa dell’automatismo: arriverà domani, quando non ci sarà più nulla da rischiare. La progettualità comincia invece quando si smette di chiedere al passato il permesso di definire il futuro.

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