Di Alberto Bonizzato Behavioral Coach
Una persona può dichiarare di voler uscire da una relazione soffocante e, nello stesso tempo, organizzare ogni scelta per non uscirne mai. Può lamentare l’invasività di un familiare, ma cercarne continuamente il giudizio. Può soffrire per la propria immobilità e difenderla con argomentazioni impeccabili. È qui che il tema del vittimismo come strategia personale smette di essere un’accusa morale e diventa una questione strutturale.
Il vittimismo non va letto come difetto di carattere, debolezza o manipolazione deliberata. Spesso è una funzione automatica: un modo con cui la mente conserva una posizione conosciuta, mantiene un equilibrio relazionale e riduce l’esposizione alla responsabilità di scegliere. Non è necessariamente piacevole. È semplicemente funzionale a un sistema che ha imparato a sopravvivere così.
Il vittimismo come strategia personale non è una scelta cosciente
Quando qualcuno dice: “Mi succedono sempre le stesse cose”, può stare descrivendo un fatto reale. Le circostanze possono essere state ingiuste, limitanti o umilianti. Il problema non sta nel riconoscere il danno ricevuto. Il problema nasce quando il danno diventa il perno dell’identità e l’unica chiave interpretativa disponibile.
In quel punto la mente non registra più soltanto un evento: costruisce una posizione. La posizione della persona danneggiata offre una grammatica semplice per leggere il mondo: l’altro agisce, io subisco; l’altro ha potere, io ne sono privo; l’altro deve cambiare perché io possa stare bene. Questa configurazione riduce la complessità, ma blocca la progettualità.
Nel framework POMM, la questione non è stabilire se il dolore sia “meritato” o se il racconto sia abbastanza grave da giustificare una reazione. La domanda utile è un’altra: quale meccanica viene mantenuta da questa posizione? Che cosa evita di affrontare? Quale legame protegge? Quale immagine di sé rende possibile conservare?
Un automatismo non si interrompe perché viene smascherato con durezza. Dire a una persona “smettila di fare la vittima” produce quasi sempre un irrigidimento ulteriore. La frase conferma infatti il suo punto centrale: nessuno capisce davvero ciò che vive. Per osservare il meccanismo serve sottrarsi sia alla condanna sia alla consolazione indiscriminata.
I vantaggi nascosti di una posizione apparentemente dolorosa
Definire “vantaggio” la funzione del vittimismo può generare resistenza. Sembra implicare che una persona desideri la propria sofferenza. Non è questo il punto. Un vantaggio funzionale non coincide con un piacere: è ciò che consente al sistema di non affrontare un costo percepito come più rischioso.
La posizione vittimistica può evitare l’errore. Se ogni esito dipende da altri, non occorre esporsi al giudizio che segue una decisione propria. Può evitare il conflitto: lamentarsi di una situazione è meno destabilizzante che porre un limite e accettarne le conseguenze. Può anche mantenere appartenenza: in alcune famiglie, restare fragili, dipendenti o incompiuti è il modo implicito per non separarsi davvero.
C’è poi un vantaggio relazionale più sottile. Chi occupa stabilmente la posizione di vittima può ottenere attenzione, sospensione delle richieste, protezione o centralità emotiva. Non perché abbia pianificato una manipolazione, ma perché il sistema relazionale risponde a quel segnale. Se gli altri intervengono, decidono, rassicurano e si sentono necessari, la struttura si rinforza da entrambe le parti.
La dipendenza non riguarda soltanto chi chiede. Riguarda anche chi ha bisogno di essere indispensabile. Per questo molte relazioni non cambiano malgrado le promesse: ciascuno conserva una funzione che alimenta quella dell’altro.
Il costo dell’innocenza assoluta
L’innocenza totale ha un prezzo. Se la persona è sempre soltanto effetto delle azioni altrui, perde accesso alla propria capacità di incidere. Non si tratta di attribuirle la responsabilità di ciò che ha subito. Si tratta di distinguere tra origine del problema e partecipazione attuale al suo mantenimento.
Questa distinzione è decisiva. L’origine può essere esterna, antica e non scelta. Il mantenimento avviene nel presente, attraverso interpretazioni ripetute, concessioni automatiche, silenzi, attese e tentativi di ottenere finalmente dall’altro ciò che non può o non vuole dare.
L’identità vittimistica protegge dall’angoscia della libertà. Se posso scegliere, posso anche scegliere male. Se posso interrompere una dinamica, devo tollerare il vuoto che segue. Se non sono più definito dall’ingiustizia ricevuta, devo costruire un’immagine di me che non sia organizzata attorno alla ferita. È un passaggio meno rassicurante di quanto la retorica della crescita personale faccia credere.
Come riconoscere il meccanismo senza colpevolizzarsi
Il primo segnale non è il lamento. Tutti lamentano qualcosa, e talvolta con ottime ragioni. Il segnale più utile è la ripetizione immobile: la stessa analisi viene riproposta, gli stessi interlocutori vengono accusati, ma nessuna variabile concreta viene modificata.
Un secondo segnale è l’attesa di riparazione. La persona rimane emotivamente vincolata all’idea che un genitore, un partner, un collega o un contesto debba finalmente riconoscere il danno e compensarlo. Quel riconoscimento può essere desiderabile, ma trasformarlo nella condizione necessaria per andare avanti consegna il proprio movimento a chi non lo governa.
Un terzo segnale è la delega mascherata da impotenza. Frasi come “non posso fare nulla”, “non ho alternative” o “sono fatto così” meritano di essere esaminate, non contraddette per principio. A volte le alternative sono davvero ristrette. Più spesso, però, l’alternativa esiste ma richiede un costo affettivo che la mente non è ancora disposta a sostenere.
La domanda operativa non è: “Di chi è la colpa?”. È: “Quale azione minima smetterei di rimandare se non dovessi più dimostrare che l’altro ha sbagliato?”. La risposta può essere porre un confine, rinunciare a una richiesta impossibile, cambiare abitudine comunicativa, smettere di giustificarsi o riconoscere che un legame non diventerà ciò che si spera.
Dalla rivendicazione alla posizione adulta
Uscire dal vittimismo non significa diventare freddi, negare l’ingiustizia o fingere di non avere bisogno degli altri. Significa abbandonare l’idea che il proprio presente debba restare amministrato dal debito emotivo del passato.
La posizione adulta non è autosufficienza assoluta. È capacità di distinguere ciò che dipende da sé, ciò che dipende dall’altro e ciò che va semplicemente accettato come limite della realtà. È una posizione meno spettacolare della rivendicazione, ma più efficace: non chiede al mondo di correggere continuamente l’identità, costruisce condizioni nuove perché quell’identità non sia più necessaria.
Questo lavoro richiede precisione. Non basta dichiararsi responsabili, perché anche la responsabilità può diventare una formula astratta e punitiva. Occorre individuare la sequenza concreta: quale stimolo attiva il senso di ingiustizia, quale pensiero lo organizza, quale comportamento lo prolunga, quale risposta degli altri lo conferma. Finché la sequenza resta indistinta, la persona combatte contro una nebulosa.
Per chi vive a Verona, Vicenza, Mantova o Brescia, un confronto in presenza può essere utile proprio per osservare queste sequenze fuori dalla retorica del racconto abituale. Per chi vive a Milano, Roma, Torino, Bologna o Firenze, il lavoro da remoto via WhatsApp, Zoom o Skype consente la stessa continuità di osservazione senza trasformare la distanza in un ostacolo.
La domanda da lasciare aperta non è se si abbia il diritto di sentirsi feriti. Quel diritto non è in discussione. La domanda è più esigente: quanto della propria vita si è ancora disposti a consegnare alla necessità di dimostrare che qualcuno, un giorno, dovrebbe riconoscere la ferita?

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